giovedì 27 ottobre 2011

Tempo scaduto


C’è qualcosa di contraddittorio nell’impegno del governo nei confronti del futuro energetico del Paese. Non ci era stato forse promesso un Piano energetico nazionale entro la metà di settembre per bocca dello stesso ministro dello sviluppo economico Romani? Non solo: in questi giorni più di qualcuno ha avuto l’impressione che invece di perseguire una politica favorevole alle rinnovabili si stesse dando via libera ad una sorta di far west normativo attraverso il condono per gli impianti fotovoltaici privi di autorizzazione o denuncia di inizio attività. L’allarme è ora rientrato, ma l’annuncio è bastato a scatenare l’ira dei movimenti ambientalisti che hanno visto avvicinarsi la minaccia di una nuova ferita inferta al paesaggio italiano.
Anche Confindustria ha da poco lanciato un monito importante nel suo “Manifesto per le riforme firmato dalle imprese per lo sviluppo”, mettendo tra le priorità di intervento lo sviluppo delle energie sostenibili.
Fatta eccezione per il decreto ministeriale che ha ridefinito il sistema di incentivi al fotovoltaico, mancano ancora tutta una serie di decreti attuativi che dovrebbero tradurre in realtà i meccanismi di sostegno alle rinnovabili, all’efficienza energetica, al biometano.
Insomma, stiamo accumulando ritardo e quel poco che facciamo sembra abbozzato, privo di una programmazione e a volte addirittura controproducente.
E pensare che le prospettive occupazionali per il settore green sono più che ottimistiche: la stessa Confindustria parla di 200 mila addetti al 2020, con un incremento del Pil dello 0,6% annuo. Non solo così si soffocano le potenzialità di sviluppo del Paese, ma qui rischiamo di essere puniti da Bruxelles per la mancata attuazione delle politiche in materia di energia e clima.
Le rinnovabili sono un tema così rilevante nelle politiche mondiali da diventare addirittura uno strumento per ripianare il debito pubblico di un paese come la Grecia che nei giorni scorsi ha avanzato la proposta di uscire dalla crisi investendo nella green economy.
Il Kyoto Club ha lanciato il “ritardometro” che misura il ritardo dell’Italia dal futuro. Non è più il caso di aspettare, rischiamo che sia troppo tardi.

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