mercoledì 31 agosto 2011

QUELLE IDEE CHIUSE NEL CASSETTO

Se il volume di brevetti, pubblicazioni e investimenti di un Paese sono la cartina tornasole della sua capacità di fare innovazione, allora l’Italia è fanalino di coda dell’Europa per quanto riguarda il settore energetico. Sono in particolare i brevetti che ci rendono decisamente arretrati nello scenario europeo. Pensate che gli Stati Uniti, al primo posto per le domande presentate nel 2010 all’European Patent Office, volano a quota 1.175, mentre noi arriviamo nello stesso anno ad un misero 95, cioè un decimo della Germania. Tutto questo secondo i risultati di un’indagine dell’Istituto per la competitività I-com di Roma, su cui ho mi sono imbattuto in questi giorni sui quotidiani.

Le potenzialità in Italia non mancano, tanto è vero che per quanto riguarda le pubblicazioni non siamo messi male (sono soprattutto i settori del fotovoltaico e del solare termodinamico ad essere più battuti dal punto di vista della ricerca), ma alla fine c’è sempre qualcosa che impedisce al nostro ingegno di esprimersi al meglio. Cosa? Gli investimenti privati, innanzitutto, che rispetto agli altri Paesi sono ridotti al lumicino. Per non parlare di quelli pubblici. In particolare, le grandi ricerche pubbliche pare rimangano solo sulla carta e non abbiano la possibilità di prendere il volo, di svilupparsi e di dare ossigeno all’economia italiana. Come a dire che tra il privato e il pubblico il dialogo è ridotto ai minimi termini.

Anche nel campo dell’innovazione manca una regia, un piano che assegni incentivi in grado di stimolare gli investimenti del mondo produttivo secondo precise direzioni.

Ancora una volta la Germania ci insegna qualcosa e i risultati della sua spinta innovatrice sono sotto gli occhi di tutti. Nel primo semestre 2011 la produzione di energia da fotovoltaico ha superato per la prima volta l’idroelettrico. In questo modo, l’obiettivo del 35 per cento di rinnovabili per il fabbisogno elettrico al 2020 è sempre più vicino.

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