mercoledì 6 luglio 2011

RIVOLUZIONE RINNOVABILE

È proprio una rivoluzione silenziosa. Lo sviluppo di cui sono state protagoniste le energie rinnovabili negli ultimi dieci anni, ha l’aria di una trasformazione epocale, ma al tempo stesso discreta, soprattutto perché spesso ignorata da chi è “ai comandi”. È così che Greenpeace ha titolato il suo ultimo report: “La rivoluzione silenziosa delle rinnovabili”, un’accurata analisi del mercato mondiale dell’energia negli ultimi 20 anni cui oggi vorrei dedicare qualche riflessione.

La produzione di energia eolica e solare, a partire dalla fine degli anni ‘90 ha avuto un incremento sconosciuto alle fonti tradizionali. Mentre la quota di rinnovabili cresceva - il 26 per cento della potenza installata nell’ultimo decennio è da ricondurre alle fonti green - la produzione di energia da carbone e nucleare subiva un evidente rallentamento: il nucleare ha avuto bisogno di dieci anni per installare 35 mila MW e gli investimenti in carbone risultano diminuiti ovunque tranne che in Cina, dove però la potenza di eolico raddoppia ogni anno dal 2003. Nel 2010, secondo il rapporto, le rinnovabili sono esplose a tal punto da raggiungere globalmente una potenza elettrica pari a quella di un terzo della domanda in Europa.

Mi pare evidente che la transizione energetica verso le fonti rinnovabili sia più che iniziata. Basti vedere un caso eccellente come la Germania che ha dato una sterzata decisa verso la green economy definendo un piano energetico che esclude completamente il nucleare. E in Italia cosa aspettiamo? Non ci sono limiti tecnici né economici ad uno sviluppo massiccio delle rinnovabili, tutto dipende dalla politica energetica del governo e dalle misure di sostegno al settore. Nei giorni scorsi siamo rimasti con il fiato sospeso per la minaccia di un emendamento che avrebbe provocato ulteriori danni all’industria del fotovoltaico, dando luogo a nuovi tagli. Ora l’allarme è rientrato, ma perché non si abbatta una nuova inaspettata scure sul comparto, è tempo che si riconosca in modo concreto il valore della filiera industriale italiana. Strategica per il raggiungimento degli obiettivi europei, per la competitività del Paese e per l’occupazione.

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